UNA CASA DI BAMBOLA “dove le emozioni prendono vita, ma le maschere reprimono”

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«Hai dei doveri.»

«E quali sarebbero?»

«Devo essere io a dirtelo!? Verso i tuoi figli, verso di me.»

«I doveri che ho sono verso me stessa.»

 

Sono queste le parole con cui Nora, protagonista dello spettacolo teatrale “Una casa di bambola” – creato dalla sublime penna del drammaturgo Henrik Ibsen, vissuto tra il 1828 ed il 1906 – affonda il pugno nel petto degli spettatori; sentimenti, quelli provati, che fin dai primi istanti dello spettacolo bisbigliano esigenza nel manifestarsi. Prima circospezione, poi sbigottimento, rabbia, e ancora frustrazione.

Emozioni che lo spettatore si ritroverà a vivere al fianco di Nora, la moglie bambola – lei che, parafrasando il commento di Altea Chionna, attrice protagonista, «vive con il pulsante del volume sempre al massimo, le sue emozioni sono sempre al cento per cento» -, la quale sarà costretta a spegnersi, lì, quando tutto sembra troppo e gli occhi le diventano di rugiada, per tornare ad essere la donna che gli Altri si aspettano che lei sia.

 

Sotto la produzione Diaghilev, e all’adattamento e regia di Giuseppe Marini, “Una casa di bambola” verrà rappresentata all’interno dell’Auditorium Vallisa, Bari – tempio eretto nell’XI secolo durante la dominazione bizantina e sconsacrata in tempi recenti – dal 2 febbraio al 19 febbraio 2023; biglietti prenotabili online, sul circuito Vivaticket, o chiamando il numero 3331260425.

 

Opera ambientata nel 1879 circa, racconta le vicende di Nora, sposata con Torvald Helmer e madre di tre figli, le cui aspirazioni di vita sono represse da un mondo fatto a misura d’uomo – sebbene l’intento di Ibsen non fosse quello di scrivere un’opera femminista -, ritrovandosi a dover fronteggiare un errore commesso in passato: credere che l’amore si possa sfiorare con mano, talmente reale da poter incedere su alcuni aspetti sociali al tempo proibiti al genere femminile; denaro, prestiti, poteri decisionali.

 

Il regista, Giuseppe Marini, spiega la scelta di utilizzare una maschera di bambola come immagine principale della locandina: «Le maschere nascondono le emozioni, le annullano, e Nora deve farlo più volte; perché costretta».

La maschera da bambola esprime al meglio questo concetto, paralizzando le emozioni nel momento in cui Nora capisce di avvicinarsi oltre il limite – un filo di spago che la tiene ancorata al suo matrimonio -, e che non può, o ha paura di spezzare.

 

Le personalità di “Una casa di bambola” sono assuefatte dalla realtà in cui vivono: lo stesso marito di Nora, Torvald HelmerPaolo Panaro, sotto la veste di controllata affettività del personaggio – quasi non si renderà conto, o anch’egli farà finta di non accorgersene, della drammaticità con cui la loro storia, svolta interamente nell’abitazione di famiglia, sia vissuta con amore celato sotto spessi strati di menzogne.

 

Così come la signora Linde, rappresentata da Deianira Dragone, farà fatica a restare in equilibrio nel suo ruolo; d’altronde, la stessa Deianira afferma: «La domanda che facevo spesso a Giuseppe, quando abbiamo iniziato a lavorare, era “ma, è buona o cattiva?“».

 

Situazioni che sommergono, qualora non si riuscisse a trarsi in salvo, proprio come accaduto al villain della storia: Krogstad, avvocato e finanziatore, interpretato da Francesco Lamacchia.

 

Ed infine, il dott. RankAlessandro Epifani -, che al termine del suo percorso capirà o, come detto più volte, si convincerà di aver colto, l’impercettibile segreto che li lega: la paura di perdere tutto.

 

Attimi di vita raccontati con cuore, animo, dedizione, e resi ancor più coerenti per l’epoca in cui i fatti si svolgono, dal tocco e della cura del costumista Francesco Ceo.

 

“Una casa di bambola” è uno spettacolo da vivere a trecentosessanta gradi, proprio come Nora «con il pulsante del volume sempre al massimo», per empatizzare con personaggi che desiderano raccontarsi, e non solo. In qualche modo, ignoto anche a loro, fare ammenda e liberarsi del peso che grava sulle loro spalle.

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